Archivio per October 2007

I giornali ci informano che
è nata una nuova città virtuale, NyLon. Il nome richiama la flessibilità di certe fibre sintetiche e anche gli abitanti di questo posto devono averne molta, perché si tratta dei circa
400 mila pellegrini del business che si spostano continuamente fra
New York (Ny) e (Lon)dra.
La notizia circolava qua e là nei settimanali e femminili, tanto per avere una scusa per pubblicizzare qualche nuovo cellulare o scarpe sufficientemente fiche. Ora la consacrazione:
l’autorevole R2, secondo sfoglio di
Repubblica, apre con la notizia martedì 30 ottobre. E avverte:
ormai solo il clima differenzia New York e Londra.
Bene, non è che l’inizio e
il nostro paese è all’avanguardia in questo tipo di fusioni, ricordate
MiTo? La supercity Milano/Torino, unita anche dal pessimo clima. Bastano tre ore di traffico e di camion per passare da un ingorgo all’altro senza possibilità di parcheggiare, oppure due ore di treno, pigiati come pecore per la tosatura.
Ma si annunciano nuove meraviglie come
PaRo, la supercity Palestina/Roccella Jonica, servita da motopescherecci affollati o
TriLa, meraviglia distesa nel Mediterraneo fra Tripoli e Lampedusa e collegata da agili gommoni. L’unico difetto di queste nuove metropoli è l’alto tasso di mortalità. Sarà il prezzo che si paga per costruirsi il futuro.
Ma occorre avere fiducia, la soluzione dei problemi è già in arrivo, è SuWa. Una nuova megalopoli? Ma no, è Super Walter.
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È sempre l'ora di Stanley Kubrick. Ora il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica al regista una grande mostra tutta da vedere. Per me Kubrick comincia dal Dr. Stranamore, non è vero, ma è il film che me lo ha fatto scoprire.
Passano i decenni, ma il club del terrore è sempre d’attualità. Il titolo completo è già un programma, “Il Dr. Stranamore o come ho imparato a non preoccuparmi e amare la bomba”. È una commedia fosca del 1964, che riacquista nuove sfumature alla luce di quanto sta accadendo oggi nel mondo.
Kubrick mostra il cuore nero degli uomini, la loro capacità di distruggere allegramente quello che altri hanno costruito, fino a farsi molto molto male. L’importante è che la follia e la stupidità trionfino per sempre sulla ragionevolezza e la moderazione. Peter Sellers si fa in tre per rappresentare un ragionevole ma impotente Presidente americano, un consulente guerrafondaio, il dottor Stranamore del titolo, e il Capitano Lionel Mandrake, funambolico ufficiale inglese.
Sellers è affiancato da grandi attori come George C. Scott e Sterling Hayden, che fa il generale pazzo, convinto che i sovietici stiano inquinando l'acqua e i 'fluidi vitali'. È lui che avvia la reazione a catena. Così parte la partita a scacchi fra chi cerca di salvare il mondo dalla guerra e chi rema contro.
Memorabili le conversazioni al telefono fra il Presidente Americano e il Premier Sovietico («Mi dispiace Dimitri…Tu sei più dispiaciuto di me, ma io sono anch’io dispiaciuto….Io sono dispiaciuto esattamente come te, Dimitri… Non dirmi che tu lo sei di più! Sono capace di essere dispiaciuto esattamente come te… Siamo entrambi dispiaciuti, va bene?»). Inutilmente si tenta di risolvere i guai dei rispettivi apparati militari, ma la buona volontà non è sufficiente.
Ci ricorda qualcosa? Tecnologia a parte, sono le stesse difficoltà di comunicazione di oggi. Un film del 1964 che sembra uscito nelle sale ieri sera. Provare per credere, in versione dvd.
Stanley Kubrick
a cura di Hans-Peter ReichmannPalazzo delle Esposizioni 6 ottobre 2007 - 6 gennaio 2008
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Tornando da Ferrara domenica sera, 7 ottobre,
a solo una settimana dal tragico appuntamento con le primarie del partito democratico, avevo deciso di dedicare il mio taccuino a quella folla di giovani che ha invaso la città estense per il primo appuntamento di
Internazionale a Ferrara organizzato dal comune e dal settimanale
Internazionale.
Avevo voglia di descrivere questa moltitudine ordinata e serena, pronta ad ascoltare e a discutere le questioni e le cose che i giornali non dicono. Poi, nel sito di Internazionale ho trovato il blog di Claudio Rossi Marcelli. La sua è la migliore descrizione 'a caldo' che si possa pretendere ora. La ripropongo tale e quale. L'appuntamento è per l'anno prossimo a Ferrara con Internazionale e i suoi lettori.
Ferrara: L'epilogo
Nuovi amici, biciclette, cappellacci alla zucca, file interminabili, Persepolis, le conferenze stampa e l'ospite straniero chiuso in bagno a vomitare a meno di un minuto dal suo intervento. Non è per niente facile descrivere il turbine di emozioni ed esperienze che ho vissuto nei tre giorni a Ferrara.
Il mio compito era gestire i rapporti con gli ospiti. Verificare che arrivassero sani e salvi, istruirli sulla logistica, accompagnarli agli eventi e alle interviste e, in generale, risolvere ogni loro problema.
Quello che non era compito mio, ma che invece mi sono ritrovato a fare, è stato fare da interprete alla conferenza stampa di Arundhati Roy, davanti al microfono, sotto ai riflettori e di fronte a una trentina di giornalisti minacciosi. Mi dicono che me la sono cavata bene, ma per me è stato rivivere il dramma degli esami: alla fine di ogni domanda, il sollievo di averla sfangata si sovrapponeva al terrore per la prossima offensiva.
La maggior parte dei giornalisti e degli scrittori presenti a Ferrara erano delle superstar. Gente che prima di arrivare da noi era stata a pranzo con i Clinton, o tra le autobombe di Baghdad. Alcuni erano figli di Susan Sontag. Catapultati nei baretti di Ferrara o sulle biciclette tra i vicoli rinascimentali, questi grandi giornalisti avevano l'aria di essere alieni in visita sul pianeta Terra.
"This is a beautiful town, how did you discover it?", mi ha chiesto stupefatta Arundhati Roy, mentre attraversavamo una folla di ammiratori che volevano salutarla, fotografarla e semplicemente toccarla. Con i suoi ricci perfetti, il salwar kameez bianco e un'espressione sempre benevola e sorridente, Arundhati sembrava una santona indiana tra i suoi seguaci.
Tutti gli ospiti hanno amato quello che mangiavano, alcuni anche quello che bevevano. Jennifer Grego, corrispondente del Financial Times, ha ordinato una tipica salama ferrarese, che poi ha girato intorno al tavolo di ospite in ospite, come fosse uno spinello. E provocando più o meno le stesse reazioni chimiche. Amira Hass invece mi ha detto che questa volta si era ripromessa di non comprare cioccolata da portarsi a casa. E mi hanno raccontato che Marjane Satrapi, entusiasmata dalla scoperta del caffè corretto, abbia tentato di correggere il suo con il limoncello. Per fortuna il bar padano ne era provvidenzialmente sfornito.
C'erano poi la saggista Maria Nadotti e la scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievic che, in quanto amiche di vecchia data, giravano insieme per i negozi di Ferrara. Il problema è che non parlano una lingua comune, dunque comunicano "ormai da anni a gesti e sguardi", mi racconta Maria. Svetlana conferma, ovviamente solo con gli occhi.
Il picco d'isteria popolare si è avuto con l'evento di chiusura, quello con Roberto Saviano e William Langewiesche. La notizia, assolutamente riservata, che Saviano stava per arrivare da una porta secondaria ha messo tutti in agitazione. Io, per nascondere la tensione, ho spiegato a Laila Lalami tutto il caso Saviano in tre minuti. "I thought today these kind of things were only happening in movies", è stato il suo commento, mentre fissava questo ragazzetto circondato da guardie del corpo.
Ma dalla tensione nervosa si è passati velocemente a quella erotica, quando il cowboy Langewiesche è entrato in scena. Le mie colleghe, che finora avevano tutte mantenuto un certo livello di dignità, sono letteralmente impazzite. Una è arrivata a chiedergli l'autografo, mentre un'altra gli ha direttamente dichiarato il suo amore. Commentando il suo intervento, una delle interpreti ha detto: "L'unico problema è che è finito troppo presto. Troppo presto!".
Detto questo, la vera rivelazione del Festival è stata Ferrara, e la sua impeccabile organizzazione. Chi è venuto (e forse anche chi non è venuto) saprà di certo che la risposta del pubblico è stata enorme, molto al di sopra delle aspettative. Ciò nonostante, tutti i ragazzi e i volontari dell'organizzazione ferrarese hanno saputo gestire l'emergenza ed evitare scene di panico.
L'unica scena di panico, quindi, rimane quella offerta da me, sul palco della famosa conferenza stampa della Roy. Mentre mi grattavo compulsivamente il polpaccio sotto la scrivania mi sono reso conto che si trattava di una scrivania senza fondo. La platea di giornalisti stava fissando i miei pantaloni tirati su e il mio calzettone a righe alto fino al ginocchio.
Il blog di Claudio Rossi Marcelli
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