Intervista di Antonio Armano a Emanuele Bevilacqua - Gente viaggi n. 8 - Agosto 2007
«Ho attraversato gli Usa con il drive-away tre volte. La prima nel '75 con una Pontiac Grand Prix, la seconda con una Jaguar nel '78 e la terza volta con una Buick, sempre gigantesca, a metà degli anni Ottanta», dice Emanuele Bevilacqua, fondatore di Cooper libri e autore di diversi saggi su Kerouac e soci per la stessa casa editrice, come Guida alla beat generation, e per Einaudi (Beati e battuti, Beat & Be Bop).
Come funziona il drive-away?
«Semplice: prendevo le pagine gialle e cercavo la sede più vicina dell'Aaa, l'Aci americana. Compilavo un modulo e subito mi davano una macchina che doveva essere portata là. Le prime volte mi hanno chiesto la patente internazionale, che si ottiene facilmente in Italia pagando una tassa, l'ultima non me l'hanno più chiesta. Il drive-away è il sistema migliore per viaggiare negli States se hai pochi soldi. La macchina te la danno gratis perché tu, portandola da una città all'altra, fai un lavoro per loro. Di solito sono belle macchine che appartengono a gente che si trasferisce a vivere lontano e non vuole fare tutti quei chilometri in macchina. Devi solo pagarti la benzina. Per dormire trovi tutti i motel che vuoi a prezzi bassissimi. L'unico inconveniente è che ti danno un tempo di percorrenza non superiore agli otto giorni. Meglio spezzare il viaggio in due parti. Per ciascuna fai un drive-away diverso e ti godi il viaggio. Ci vogliono un paio di settimane per prendersela un po' comoda».
Che emozione dà il viaggio on the road?
«La cosa più bella sono gli incontri. Conosci personaggi pazzeschi con cui non entreresti mai in contatto facendo un altro tipo di viaggio».
Poteva nascere un romanzo come Sulla strada in Europa?
«I giovani americani nel dopoguerra anche se squattrinati, avevano davanti milioni di chilometri di autostrada senza pedaggio, un senso di libertà e di avventura che altrove è difficile concepire».
Rivist@: Quanto ha condizionato la nascita e la vita de Estate di Yul il timore di ricadere nei cliché dei romanzi della Beat Generation?
Emanuele Bevilacqua: Mi sono ovviamente posto il problema ed ero consapevole del rischio, avendo prima scritto soltanto saggi sulla Beat Generation e Kerouac. Scrivere un romanzo che parla di tre ragazzi on the road pone il rischio della vicinanza e della parodia, e dell'equivoco quindi. Però questa storia non c'entra nulla con la Beat Generation e né tantomeno con Kerouac: è la storia di tre ragazzi europei che forse si trovano in America perché influenzati anche da quei miti, ma una volta lì conducono una vita autonoma, hanno i loro problemi e si trovano a dover affrontare delle difficoltà fino alla necessità di tornare indietro. È una storia molto europea, perché se fuggono negli States è anche per questioni legate all'Europa degli anni Settanta, anni in cui in Europa e in particolare in Italia non c'era solo la contestazione giovanile, c'era anche il terrorismo e la difficoltà di capire da che parte stare. Quindi questi tre ragazzi che hanno partecipato con entusiasmo alle proteste giovanili si sono poi trovati ingannati forse dai loro stessi coetanei e amici, scegliendo infine di andar via, forse proprio alla ricerca di qualche mito letterario, del quale comunque non restano vittime. Perciò la chiave del libro è una chiave completamente diversa da quella della letteratura americana di riferimento. Ci sono una leggerezza e un'ironia anche nei personaggi, che non possono essere americani: l'America è un teatro per raccontare una storia molto, molto italiana.
R@: Le donne costituiscono l'asse portante del libro, la vera parte attiva e dalla quale emerge per contrasto una figura maschile più che altro passiva: un valore assoluto o è una visione che vuol rimanere confinata all'Estate di Yul?
E.B.: La vitalità delle donne è ormai del tutto chiara: per anni la letteratura ha cercato di nasconderla, o meglio, il luogo comune ha cercato di nascondere quest'aspetto. Io non faccio altro che prendere atto del fatto che l'universo femminile è molto più ricco, molto più forte e coraggioso di quello maschile, per lo meno nella fascia degli adolescenti. E' tendenza tipica, quasi genetica, quella dell'uomo ad essere più lento nel prendere delle decisioni, meno coraggioso, meno pronto a lasciarsi andare, ad accettare dei rischi. L'universo femminile non fa altro, in questo libro, che rispettare l'andamento delle cose nel mondo.
R@: Il libro è permeato di un forte senso di libertà: per lei la libertà è qualcosa di intimo, una sensazione spirituale, oppure un quid che ha del pratico? Una possibilità di scelta o una condizione di spirito?
E.B.: La libertà termina quando si smette di cercarla. Il libro mi seduceva per questo, nel suo essere una forma di ricerca della libertà: Leo, Sal e Walter ci provano lontano dal loro paese natale, la provano, la cercano, la testano anche tra di loro e nei rapporti con le donne, che subiscono ma che accettano perché è un modo per capire l'altro, un modo per lasciarsi andare ai sentimenti umani e liberarsi un po' dalla paura, forse paura di crescere che hanno i protagonisti. In questo trovo azzeccata la domanda, perché è proprio la ricerca della libertà, ricerca che nel momento in cui finisce, pone fine anche alla libertà. Non sappiamo se alla fine di questo libro i ragazzi continueranno a cercarla pur diventando adulti, o no, ma certamente finché la cercano ce l'hanno. Forse si accorgono un momento in ritardo d'averla effettivamente tra le mani… è quello che poi fa parte dell'esperienza di tutti noi.
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Intervista di Ilaria La Commare e Marco Traversari
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Lawrence Ferlinghetti in
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