Con il suo libro: Roma, guida non conformista alla città, Fulvio Abbate ha costruito un piccolo classico. Ha raccontato la città di oggi, quella che noi calpestiamo e urtiamo ogni giorno. L’ha raccontata come nessuno, fin’ora, era riuscito a fare.
E infatti i lettori se ne sono accorti. Il libro va, è visibile nelle classifiche nazionali grazie al passaparola. L’editore Cooper, che conosco bene, è troppo piccolo per investire danaro in promozione. Ha pubblicato libri importanti, come la biografia di Arthur Miller, scritta da Martin Gottfried, il diario di Sam Shepard sulla mitica tournee di Bob Dylan, The Rolling Thunder Revue e anche un testo divertente di Mark Twain, Le avventure di un artista defunto. Tutti titoli che non hanno avuto la fortuna di Abbate nel trovare una propria strada verso il successo. Cooper aveva fra l’altro, già pubblicato un altro testo di Abbate, Reality. Un diario dell’Italia, come appare dai giornali e dalla tv.
Insomma Roma di Fulvio è partito da solo, come un figlio già autonomo che stupisce i genitori.
Ma come ha fatto il nostro autore, palermitano stanco, a capire una città come Roma, mistero glorioso per milioni di romani e di visitatori da tutto il mondo? Semplice, non si è sforzato di interpretare, Fulvio nel libro ci ha messo i romani e tutti gli altri calpestatori del suolo di questo luogo, caro agli dei e ai tour operator. Lo ha fatto con il gesto dell’entomologo, o forse del bambino, che prende gli insetti e li infila in un barattolo, così li può osservare meglio.
Roma è una città che addormenta, eppure ti fa dormire sonni agitati. Una città dove ci si chiude all'aperto, tanto non c'è nessuna intimità da proteggere. Una città che va a stagioni, che durano pochissimo. Quella dei jeans strappati, quella del gel nei capelli, quella delle scarpe da falegname, quella del fazzoletto nel taschino, quella del pacchetto di sigarette giallo, "perché fanno meno male", quella del pacchetto di sigarette rosso, "perché tanto fanno male tutte". C'è la stagione della macchine grandi, quella delle macchine piccole, con aria condizionata però, quella della moto, quella del motorini da barca. Quella delle macchinette, così “er pupo non se fa male”. Mai arriva però quella del "giramo a piedi". Immagino la fatica che deve fare la gente delle altre città per riequilibrare statisticamente queste ondate brevi di consumi, per moderare l'effetto dei capricci sul mercato generati da una capitale volubile.
A Roma c'è un esercito che ignora le bandiere e che adora le uniformi, purché cambino molto spesso. È un esercito che porta tutti i segni delle battaglie sostenute, veterani dei conflitti che non valeva la pena di combattere. Abbate si è divertito a raccontare le mille storie della città e ci fa divertire.
Video della presentazione del libro di Fulvio, giovedì 19 aprile 2007, al wine bar Camponeschi, in piazza Farnese:
Quando penso a Miller mi torna in mente
la sua sorprendente passione per un libro italiano così lontano, all'apparenza dalla sua sensibilità.La vita è fatta di questi incontri.
Ecco la cronaca di questo colpo di fulmine. Ma non siate impazienti, perché diversamente dal solito non troverete tutte le notizie subito, ma un po' sparse e nascoste, come talvolta capita quando si scrive col cuore. È un omaggio al vecchio Henry che non amava i giornali. Chissà, forse avrebbe amato i blog.
Una volta Irving Marder gli propose una intervista alla
New York Times Book Review. Miller rispose che non voleva aver nulla a che fare con il
New York Times, un giornale sopravvalutato, scrisse. Marder replicò chiedendo al suo interlocutore quale organo di stampa poteva andar bene per lui: Rolling Stone, forse? O Vogue? Dopo breve tempo Marder ricevette una cartolina dove si leggeva:
«Caro amico, mi dispiace ma non sono ancora pronto per una intervista. In ogni caso l'unica rivista dove mi piace apparire è Stroker».
Seguiva l'indirizzo newyorkese del periodico e la firma: Henry Miller. Su
Stroker Miller scriveva gratis, anzi, ogni tanto insieme ai sui articoli faceva giungere al suo amico Irving Stetner, editore e direttore della rivista, un assegno sostanzioso "per l'abbonamento". Non accade tanto spesso che uno scrittore acclamato e corteggiato scriva gratis per un magazine sconosciuto.
Miller collaborò allo Stroker con una certa regolarità negli ultimi anni della sua vita, dal 1978 al 1980. Mandava piccole note di commento su episodi che gli erano capitati, brevi pensieri, qualche sfogo, sintetiche recensioni di libri, disegni.
Più tardi queste pagine sono state raccolte in un piccolo volume, From Your Capricorn Friend, da New Directions Book. Il libro l'ho scovato nella libreria di Lawrence Ferlinghetti, City Lights Books, a Columbus Avenue, San Francisco: prezzo 6 dollari e 25 centesimi. Una volta a casa il libretto si era nascosto in un mucchio di testi nuovi e ha dovuto attendere un po' prima di tornare a galla. Una mattina lo apro e comincio a sfogliarlo: un pezzo su On the Second Avenue Patrol, un saggio su Bonnie & Clyde (il film), un pezzo sull'America e poi... Poi finisco a pagina 33, dove parte un testo di tre pagine dal titolo The Heart of a Boy. Miller racconta di essersi svegliato «una mattina nel mio ottantottesimo anno» - precisa - e di aver cominciato a pensare al suo libro preferito, quando era un bambino di otto anni.
Gli era stato dato in regalo per Natale da una zia acquisita e lo aveva subito letto, rimanendone colpito e affascinato, ma soprattutto commosso. Quella mattina l'anziano Miller desiderò avere nuovamente fra le mani il volume e chiese al suo amico Irving dello Stroker il favore di trovargli una vecchia copia in qualche libreria di New York. Dopo pochi giorni fu recapitata a Miller un'edizione inglese del 1904 con le stesse illustrazioni che c'erano nelle sua copia di ragazzo.
«Appena presi a leggere il libro - scrive il vecchio Henry - le lacrime cominciarono a uscire dai miei occhi. E pensare che non avevo poggiato gli occhi su quel libro per quasi ottant'anni!».
ll libro ha avuto lo stesso impatto sull'uomo di ottantotto anni come accadde al bambino di otto. Ci sono libri per bambini come questo al giorno d'oggi? Mi domando. Ne dubito. Oggi i bambini di quell'età non leggono ma guardano la televisione, non c'è nulla di più disastroso. Il titolo del libro tanto amato dal Miller bambino è
The Heart of a Boy. L'autore è Edmondo De Amicis. Da noi, in Italia, tutti o quasi e hanno una copia in casa, stampata in italiano, in copertina cinque lettere: CUORE. Prima edizione italiana 1886.
Miller lo racconta così:
«L'azione si svolge in un paesino italiano. È il resoconto di un anno scolastico (probabilmente vissuto dallo stesso autore) in una scuola elementare».
C'è patriottismo (ricordi di Garibaldi), eroismo e immoralità. Ogni tipo di ragazzo immaginabile, ricco e povero, in salute o messo male, studioso o svogliato, pigro o industrioso. Ogni capitolo è dedicato a un "evento"... Su tutto c'è tenerezza, una grande tenerezza, come la intende DH Lawrence. Il maestro è ombroso, ma non severo. Ama i suoi ragazzi e ne è riamato. Qualche volta i ragazzi rischiano di irritarlo, ma rimangono sempre RAGAZZI, non assomigliano agli scolari di oggi.
Oggi un maestro non solo deve conoscere bene le sue materie, ma essere anche addestrato alle arti marziali. Egli ha a che fare, specialmente nelle grandi città, con dei criminali in erba. Deve tener testa a ragazzi che hanno familiarità con il linguaggio di Tropico del Cancro e forse ne sanno anche di peggio. Deve vedersela inoltre con ragazzini che hanno già avuto esperienze sessuali con le loro compagne di classe.
Inevitabilmente è il Miller adulto che prende il sopravvento sul bambino. Della sua infanzia non resta che quel pianto che sembra cancellare per un attimo le esperienze di ottanta anni. La cosa che il vecchio scrittore apprezza di più del Cuore il suo ritratto di un piccolo cosmo:
«C'era ogni tipo di ragazzi in quelle classi. Era una fotografia di un società in miniatura dove tutti i caratteri riuscivano a convivere in un accordo così stretto da portarmi prontamente verso il socialismo e l'anarchia».
Queste tre pagine sono tanto più curiose se si pensa che Henry Miller ha scritto moltissimo di sé (per la verità quasi sé) e delle sue letture. Nel 1950 ha pubblicato The books in my life, interamente dedicato alle sue letture (in Italia è uscito 26 anni più tardi per Einaudi, con il titolo I libri della mia vita). Tutto un capitolo è proprio sulle prime letture. Eppure in nessun testo Miller fa mai alcun accenno al "best seller" di De Amicis. Miller dice di aver voluto scrivere di Cuore nella speranza di convincere qualche editore americano a ripubblicare un libro che potrebbe influenzare positivamente le giovani generazioni, ma di essersi poi reso conto che ormai è troppo tardi per fare qualcosa, troppo tardi per qualsiasi conversione, i giovani come gli adulti sono condannati: «Siamo all'ultimo stadio della civiltà».
Non è il primo scrittore che ha dichiarato pubblicamente d'aver pianto leggendo Cuore (il primo è stato Paolo Mantegazza), ma certo dal Franti della letteratura mondiale ci si aspettava almeno un sorriso. Invece, direbbe Edmondo De Amicis: quell'infame lacrimò».