La compagnia aerea EMIRATES ha deciso di eliminare tutti i giornali a bordo del loro nuovo Airbus 380 per risparmiare carburante. Così a partire dai 58 nuovi superjumbo niente magazine e quotidiani.
Viaggiare leggeri è diventato un must, leggere giornali un optional, in attesa di proibire il trasporto e la detenzione di carta stampata.
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Weed è un piccolo paese della California che va a tutta birra. Letteralmente. Qui si produce una birra molto apprezzata dai locali e degna di una deviazione dalla highway per assaggiarla insieme a un buon sandwich.
Tuttavia vaune dillmann, sessant’anni, proprietario della mt Shasta brewing co. la distilleria di weed, ha voluto strafare e lanciare la sua birra fuori dagli angusti confini del paesino e dei suoi pochi abitanti. Cosa ha fatto mister dillman? Si è inventato uno slogan, memore forse della sua gioventù e dello spirito libertario che animava la california in epoca pre-swarzhenegger. Ha lanciato la sua birra con lo slogan “try legal weed”. E lo slogan lo ha messo su tutti i tappi della sua birra.
Che vuol dire? Letteralmente ha un significato molto innocente, invita a provare la birra lecita di weed, ma c’è un "ma". weed, è, sì, il nome del paese, ma in inglese è uno dei tanto modi di chiamare la marijuana, l’erba illegale. Ecco che allora “try legal weed” diventa proprio un'altra cosa. Suona proprio così: provate l’erba legale.
Un gran successo di pubblico e di critica, tranne un dettaglio. Al dipartimento del tesoro che gestisce le licenze dell’alcol e del tabacco si sono innervositi parecchio. Dicono che quelle tre parole alludono all’uso di marijuana. Il fatto è che mr dillmann non rischia solo una multa, potrebbero chiedergli di smettere, non di bere o di fumare. Ma addirittura di produrre la sua birra, che ormai sa troppo di erba proibita.
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Di norma odio mangiare al banco dei ristoranti.
Lì finiscono i ritardatari, i non previdenti. Lì ci finiscono soprattutto le persone sole. Se sei in compagnia un tavolo salta fuori alla fine. Se sei solo no.
Viaggio da solo spesso e mi piace andare al ristorante da solo. Zero conversazione, il massimo dell'eccitazione. Capita così raramente di poter fare
della sana non conversazione.
Sono ormai anni che, quando sono all'estero, specialmente negli Usa, prenoto sempre per due, anche se sono solo. Il mio cognome si è drammaticamente accorciato. Ora sono Bevi (bee ii vi ai, secondo lo spelling anglo).
Gli attendenti portoricani, cinesi, messicani, mediorientali, che gestiscono le reception dei ristoranti, sono perfettamente in grado di cogliere, nel rumore continuo e a volte fragoroso dei ristoranti, queste quattro semplici sillabe. Al massimo concluderanno che il nome è Bebi o Beby, ma questo aggiunge al cognome già esotico un tocco da cinecittà che non guasta nell'aiutarmi a procurarmi il tavolo migliore.
Quando poi mi presento da solo faccio quell'aria da cucciolone che sanno fare gli uomini quando hanno preso una buca da una donna. Un sorriso professionale garantisce che il tuo tavolo è lì che ti aspetta, apparecchiato per due. Basta togliere il coperto in più e il gioco è fatto. Sensi di colpa, zero.
Attenzione, non è la pietà che governa gli inflessibili selezionatori di clienti, ma la procedura. Sono di certo tutti abbastanza cinici da spedirti sul bancone insieme agli altri reietti, ma i giochi sono ormai fatti, le prenotazioni organizzate. Il tavolo è lì pronto per mr beby. Sarebbe più complicato riorganizzare il tutto che non lasciartelo.
Invece al Tadich grill, un vecchio posto di San Francisco, mi piace andare al banco. E' quello il posto dove bisogna stare. Il bancone attraversa tutta la sala. E' il posto dove si domina lo spazio e si chiacchiera con i camerieri. Tadich è proprio dietro il distretto finanziario della città. In una zona dove ci sono più banche che semafori. Il pubblico è fatto da lavoratori della moneta e dai loro clienti provenienti da tutto il mondo.
Qui il bar diventa lo stage dello spettacolo, si sta contrapposti, avventori e camerieri, come se si dovesse avviare una quadriglia. La cucina è a base di pesce. Siamo a un passo dal market di San Francisco. Pesce e moneta sono di casa.
E tu sei lì a raccontare al cameriere cose che non diresti a un amico, mentre la vita scorre e, ognuno, tirato su l'ultimo sorso, prende le proprie cose e torna a lavorare.
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Ok, Rutelli non è Clooney. Ma hanno un amico in comune. È Walter.
Walter si è fidato di Clooney e Rutelli di Walter. Mai seguire le orme di Walter.
Certo il vento di destra, certo la questione sicurezza, certo la posizione sulla fecondazione assistita,
certo la terza volta tutti rischiano di fare cilecca, ma provate a passare dove è passato Walter e poi fatemi sapere che effetto fa.
Guarda caso poi ci va di mezzo sempre qualcun altro. Ora tocca a Rutelli.
Un caro abbraccio a Francesco. Verranno tempi migliori.
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14 aprile 2008. Le urne sono appena chiuse. Ora si può parlare.
Mi ha scritto Silvio, persona che stimo, una lunga lettera appassionata, ma non me la sono sentita di votare per lui.
Stavo per votare Walter, per non disperdere il voto, poi ho visto che Clooney ha fatto la sua dichiarazione di voto, mi sono detto ok, allora Walter non ha bisogno di me, c'è George con lui, e allora ho potuto finalmente votare in modo irrazionale.
grazie George, grazie Walter.
ps: se a Walter e a George va male, il primo ha l'Africa e il secondo Hollywood,
ma a noi cosa rimane?
A me solo l'inter!
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Qualche giorno fa TripAdvisor ha diffuso la lista dei dieci musei più amati dai viaggiatori che fanno parte di questa community on line.
Eccola:
1. Museo del Louvre di Parigi, bella forza! Ci sono oggetti come la Gioconda di Leonardo da Vinci, la Nike di Samotracia e la Venere di Milo.
2. Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma ma molti vedono la Cappella Sistina di Michelangelo e scappano via.
3. Metropolitan Museum of Art di New York (USA). Fantastico dedalo di opere e di epoche, ma anche adatto per prendere un aperitivo sulla terrazza, dalla primavera all’autunno.
4. J. Paul Getty Center di Los Angeles, California (USA) sembra Disneyland.
5. Museo d'Orsay di Parigi (Francia) il posto giusto per gli Impressionisti.
6. Galleria degli Uffizi di Firenze (Italia). La Venere del Botticelli abita qui.
7. Art Institute di Chicago, Illinois (Usa). La più alta concentrazione di Monet fuori da Parigi.
8. Tate Modern di Londra (UK). Un posto dove si può vedere come deve essere un museo in questo millennio.
9. Museo del Prado di Madrid (Spagna). Goya,Velasquez e El Greco a volontà.
10. National Gallery of Art di Washington D.C. (USA). Straordinaria sede di opere di arte moderna e contemporanea, da Picasso a Warhol.
Posso fare qualche aggiunta personale?
Intanto c’è la Menil Collection a Houston nel Texas, straordinaria cassa del tesoro inventata da Renzo Piano. Il museo è collocato in una zona della città appena fuori del centro, Montrose, dove si trovano altri musei. L’area è residenziale, con piccole costruzioni degli anni 20 e 30. Piano ha sfruttato la luce naturale progettando un tetto fatto di “sfoglie” di materiale chiaro che lasciano filtrare la luce esterna, ma la ammorbidiscono e la rendono diffusa all’interno. La Menil espone periodicamente una parte della sua immensa collezione di opere. Si va dall’antichità, all’epoca bizantina e medioevale, fino al Ventesimo secolo, con una particolare attenzione al Surrealismo. È un posto da applausi. Da non sottovalutare il contrasto fra il centro di Huston - tutto grattacieli, i più vecchi sono degli anni ’80 - e questa zona. Qui vince la natura tropicale del sud del Texas e le costruzioni sono appunto dei primi anni del secolo scorso.
Poi c’è il San Francisco Museum of Modern Art, con il suo atrio dipinto da Sol Lewitt. Qui si fa attività culturale alla californiana. Poca teoria e tante attività. Una palestra per la mente.
Potrei andare avanti ancora, ma preferisco fermarmi, invitando chi legge a proporre il suo museo perfetto. Poi magari ne potrei suggerire ancora. Potremmo battezzare questo esercizio con il titolo di una drammatica trasmissione televisiva: Chi l’ha visto? (il museo naturalmente)
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Bill Clinton è il primo presidente eletto che perde le primarie...
©
Telnaes, Usa -
Internazionale n 731
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Cosa avete fatto nel passaggio d’anno? Io ho rivisto vecchi film in dvd. Consiglio di farlo qualche volta, alternando la vista dei film ai tg. Provate l’effetto che fa.
Il primo che ho visto è stato Key Largo, L’isola di corallo in italiano, film di culto diretto da John Houston, con Humphrey Bogart, Lauren Bacall e Edward G. Robinson. Verrebbe da dire che in Key Largo c’è tutto il Novecento: la guerra e le sue conseguenze, la spinta al nuovo, il bisogno di inventarsi una vita migliore, nonostante il fardello di dolori e lutti, ma poi c’è anche la criminalità organizzata, l’esotismo, il coraggio, l’avventura.
La storia è tratta da un lavoro di Maxwell Anderson e risente del clima da palcoscenico teatrale. Un gruppo di persone è sequestrato in un albergo della Florida da un gangster (Edward G. Robinson) e dalla sua banda. Fra questi il proprietario dell’hotel, James Temple, (Lionel Barrymore, nonno di Drew) e sua figlia Nora, (Lauren Bacall). Arriva anche Frank McCloud (Humphrey Bogart) e le passioni possono liberarsi, volano parole di fuoco e colpi di pistola, si scatena un tornado biblico e la cattiveria del boss, fino alla fuga in barca verso Cuba e al dramma finale.
Frank se la cava a suo modo, come può fare un reduce che ha visto troppi orrori. Niente a che vedere con il Bruce Willis di Die Hard o il Tom Cruise dei Mission Impossible, niente palestra e colpi cinesi. Qui si va alla Buena de dios, una smorfia e via, sperando che il ferrovecchio non faccia cilecca. Domina poi un clima minimalista, Bogart e Bacall sembrano indossare abiti di Gap, solo che lui fuma come oggi non potrebbe fare un politically correct e, a proposito di fumo, Edward G. Robinson starebbe benissimo sulle copertine di Cigar Aficionado, con il suo cubano fra i denti, mentre commette efferatezze. E l’Hotel sembra ristrutturato da Philippe Starck, scherzi degli eterni ritorni del gusto.
Ma il dvd permette una magia: ascoltare i due in originale. Bogart è Bogart ma la Bacall è il massimo (cinematografico) che si può desiderare...
Provare per credere... Ecco qui un breve estratto del film!
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Avrei voluto augurarvi Buone Feste... poi ho trovato chi è in grado di farvi gli auguri meglio di me!
Questo augurio mi è arrivato da un mio amico!
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Subito,
sono circa 30 anni che non uso uno scooter, ma ho deciso.
Compro la Vespa.
Sono stato, fino a ieri uno dei maggiori utilizzatori romani di taxi, credo che sia il mezzo più adatto, insieme all’autobus e il metro per girare in una grande città. Dovrebbero costare meno, ma sogno da sempre una Roma come Manhattan, tanti taxi e poche macchine. Un sogno impossibile. Ma la giornata di mercoledì 28 novembre mi ha convinto a cambiare partito, voto Vespa.
Non so chi abbia ragione fra il sindaco e i tassisti. So però una cosa per certo. Non è civile interrompere un servizio senza preavviso, non è civile bloccare la capitale d’Italia. Ma la cosa più incivile di tutte è lasciare i propri clienti senza una corretta e tempestiva informazione. Ho usato in questi anni, in prevalenza Samarcanda, una cooperativa con un grado di civiltà decente, ma in questa città, a paragone di altri, mi sono sempre apparsi dei giganti. Ebbene, il centralino di questi signori è stato staccato senza avere nemmeno la cortesia di avvertire chi chiamava dell’accaduto.
Girerò a piedi, andrò in aeroporto con la mia auto o con il trenino. E compro la Vespa, non ho ancora deciso il colore, ma sarà o nera o azzurra e la chiamerò Inter. Forza Roma.
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